ORATORIO DON BOSCO - San Donà di Piave

Don Bosco, da cento anni nei sogni dei sandonatesi

del 17 settembre 2020

Esattamente un secolo fa, il 13 Settembre 1920, mons. Saretta chiamava i Salesiani a San Donà. Una pagina di Storia da non perdere...

In un’appassionata lettera al nipotino, Umberto Eco scrive: “Noi entriamo nella vita quando molte cose sono già successe, da centinaia di migliaia di anni”. Se non si conosce quanto accaduto prima - questo è il suo pensiero - non si può comprendere a fondo il perché delle cose che accadono oggi. 

Alla luce di questa provocazione, possiamo chiederci se, come educatori, ci preoccupiamo a sufficienza di stimolare i ragazzi a coltivare la memoria, a conoscere le tappe fondamentali del nostro e del loro cammino personale e comunitario. Cogliere il futuro all’interno della memoria può essere una ricerca avvincente, non solo per chi ha molti anni alle spalle, ma sorprendentemente anche per i giovani, che sono i veri protagonisti del domani.

Con questo spirito, ripercorro l’inizio di una storia che è patrimonio di tutti noi: la Storia dell’Oratorio. Una storia densa di personaggi, di vicende e di significato.

La pagina che ho scelto è la prima pennellata dell’opera meravigliosa di cui noi tutti oggi godiamo; una pagina che ha molto da insegnarci perché parla di crisi e di rinascita. Come allora, stiamo attraversando un momento di emergenza sanitaria, economica e psicologica e, proprio come allora, abbiamo urgente bisogno di soluzioni illuminate.

Caliamoci dunque nella scena: è un lunedì mattina, il 13 settembre 1920, quando Mons. Saretta si ritira nel suo studiolo a fissare sconsolato dalla finestra il volto irriconoscibile della sua città. La posizione geografica di cui gode San Donà lascia presagire un rapido sviluppo, ma sono tanti gli ostacoli ancora da affrontare. Troppi! Con la lungimiranza che tutti gli riconoscono, l’arciprete intuisce che per ripartire bisogna puntare sull’istruzione!

Riversa allora su carta il sogno che accompagna da tempo le sue intense giornate: affidare ai Figli di don Bosco la cura di quella gioventù orfana, povera e smarrita. Non ha dubbi: dar vita ad un Oratorio equivale a stipulare un’assicurazione sull’avvenire.

Fiducioso, si rivolge all’Ispettore delle opere salesiane del Veneto e della Lombardia, don Fedele Giraudi, con queste accorate parole:

“Stim.mo e Rev.mo Professore

Ho una grazia da chiederle che mi sta a cuore profondamente e per la quale ho speso tutte le mie povere energie in questi due anni dopo la liberazione. Tornato nella mia parrocchia, appena firmato l’armistizio, mi sono trovato un popolo di pezzenti e specialmente ho visto centinaia di orfanelli senza padre, senza madre e senza pane. 

Confidando nella Provvidenza divina ho stanziato subito la costruzione di un Orfanotrofio, dove raccogliere i fanciulli orfani per mantenerli ed educarli cristianamente e dove nello stesso tempo aprire un rifugio alla gioventù maschile della vasta parrocchia seminata più che da rovine materiali, di spavento e miserie spirituali in causa della guerra. L’edificio, bello e grandioso, volge al suo termine e io non so a chi meglio rivolgermi per affidare l’istituzione che ai benemeriti Figli di don Bosco, verso i quali ho avuto sempre la più grande venerazione. 

Rev.mo Prof, mi sorride l’idea che possa presto, sulle rive del Piave, in questa zona così percossa e pur così feconda, sorgere una Casa della grande famiglia salesiana (…).  

Appone la sua firma e con le lacrime agli occhi, e il cuore gonfio di speranza, piega il foglio e prega… 

Wally Perissinotto

 

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